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IL RICORDO DI CAMPARI, CAMPIONE ITALIANO IN 2 CATEGORIE

 

 

Sconfisse un campione del mondo ed uno continentale; avversario di tante stelle del pugilato internazionale

Avrebbe compito 82 anni il prossimo mese

di Primiano Michele Schiavone

Il 21 febbraio 2016 sarà ricordato con tristezza dai familiari di Giordano Campari, perché quella data porterà alla mente della moglie Lidia e dei figli Claudio, Marco ed Andrea il suo ultimo giorno di vita. L’evento luttuoso si è consumato tra le mura della casa di riposo Della Ca’ di Mortara, in provincia di Pavia, dove era stato alloggiato per trapassare nel migliore dei modi, con la dovuta e necessaria assistenza dedicata alle persone anziane come lui.
I funerali si sono svolti nel pomeriggio del giorno seguente a Pavia, nella chiesa di Santa Maria in Betlem, situata in Borgo Ticino.
Campari, nato l’8 marzo 1934 a Lacchiarella in provincia di Pavia – oggi appartenente al comune di Milano. Si dedicò al pugilato fin dall’adolescenza, frequentando la palestra della Pugilistica Pavia con i fratelli Francesco e Lucinio Sconfietti, già professionisti, che lo seguiranno negli anni a venire.
Dopo una novantina di combattimenti amatoriali, culminati con la maglia azzurra della nazionale italiana, decise di passare professionista, affidandosi, oltre che al suo indomito coraggio, alla buona scuola pugilistica appresa, finalizzata attraverso il sinistro offensivo che sapeva aprirgli varchi preziosi per le sue determinate azioni.(Campari, alto e magro, mostra il fisico plastico  da spadaccino)
Il suo pugilato era molto apprezzato per la velocità che sapeva esprimere alle sue azioni, fondate su una tecnica di prim’ordine e di pugni pesanti e decisivi.
Debuttò a torso nudo a Pavia nell’agosto del 1955 come peso piuma, iniziando una formidabile carriera che durò fino al 1967, quando tentò l’ultima sfida per il titolo nazionale dei pesi leggeri.
Complessivamente disputò 103 combattimenti, con 82 vittorie, 16 sconfitte, 3 verdetti di parità e 2 risultati di no-contest. Cifre impossibili da realizzare in questo nuovo millennio.
Le prime stagioni professionistiche lasciarono presagire una corsa agevole per il pugile pavese. Solo nel novembre del 1957 a Roma, dopo una serie positiva fatta di 30 successi, il pugile pavese conobbe la prima sconfitta, ai punti in 12 riprese, provata contro il viterbese Sergio Caprari (argento ai giochi olimpici di Helsinki nel 1952), nel tentativo di spodestarlo dal trono nazionale dei pesi piuma.
Centrò l’obiettivo a spese di Altidoro Polidori (con il quale aveva pareggiato in precedenza) nel novembre dell’anno seguente, a chiusura di una stagione iniziata in Australia e continuata in Italia con avversari inadatti alla sua crescita. Era il terzo pugile pavese ad aver conquistato il titolo italiano, dopo Gino Cattaneo nei pesi gallo ed Annibale Omodei tra i pesi leggeri.
Tornato da Parigi con un risultato di parità in 10 tempi, nel luglio del 1959 respinse le pretese italiane di Aldo Pravisani con un verdetto ai punti in 12 riprese, ma dovette cedere sulla stessa distanza il primato nazionale a Ray (Raimondo) Nobile, un imbattuto bolognese di origine siciliana, sul ring di Milano, nel Santo Stefano pugilistico di quell’anno.
Il 1960 fu un anno pieno di successi per Campari. La corsa vincente di quella stagione lo condusse alla corte di Mario Vecchiatto, campione italiano dei pesi leggeri: al termine delle 12 riprese il pavese s’impossessò della sua seconda fascia tricolore, in una categoria di peso diversa dalla prima.
Subito dopo arrivò l’offerta per affrontare a Milano il campione mondiale dei pesi leggeri Joe “Old Bones” Brown, reduce da 10 confronti iridati tutti vinti. Campari non si tirò indietro ed affrontò da par suo il pericoloso statunitense: ingaggiò una lotta durata 10 riprese, conclusa con la clamorosa affermazione dell’italiano.
Rimase campione nazionale contro Bruno Ravaglia prima di cedere ai punti al grande Gabriel “Flash” Elorde – campione mondiale superpiuma in carica – nelle Filippine.
Ancora un avversario inopportuno, il più pesante americano LC Morgan, lo portò all’insuccesso sulle 10 riprese ma non gli tolse la voglia di lottare e continuare ad essere sulla cresta dell’onda. Questa sua voglia di affermarsi fu il suo impulso maggiore per seguitare a combattere.
L’insistenza lo portò ai vertici della classifica continentale fino alla sfida con il tedesco Conny Rudhof per la vacante corona dei pesi leggeri. Campari dovette andare in Germania, nella tana del suo avversario, nella ostile città di Rüsselsheim: in quel settembre del 1963 il verdetto ai punti in 15 riprese andò al pugile locale ma lo spettacolo offerto dall’italiano lo consacrò come uno dei migliori pugili in circolazione.
Un altro ingaggio fuori luogo lo mise di fronte all’estroso cubano Angel Robinson Garcia, al quale cedette ai punti al termine delle 10 riprese. Superati altri avversari grazie al suo pugno, sconfisse sulla distanza dei 10 tempi Olli Maeki, finlandese campione europeo dei pesi superleggeri in carica, reduce dalla conquista continentale (per la cintura vacante) fatta a spese di Rudhof.
Nella nuova categoria di peso, la terza da quando aveva calzato i guantoni come professionista, sfidò il campione italiano dei pesi superleggeri Sandro Lopopolo (argento alle olimpiadi di Roma nel 1960 e futuro campione del mondo): nel giugno del 1964 a Saint Vincent, in Valle d'Aosta, il pavese cedette ai punti sulle 12 riprese ma onorò il confronto con una prova maiuscola, come sapeva fare lui.
Seguirono le sconfitte a Santa Cruz di Tenerife con lo spagnolo Juan Albornoz, in seguito campione d’Europa, a Roma contro il franco-algerino Aissa Hashas per ferita, a Caracas, in Venezuela, per mani di Jose "Mantequilla" Napoles, stella cubana futuro campione mondiale dei welter, in Finlandia con Olli Maeki, con il toscano Piero Brandi nella sua Pavia. (Campari in una foto della sua terza età) Ancora pochi successi lo riportarono in corsa per il titolo italiano dei pesi leggeri: una ferita accidentale produsse il risultato di no-contest nella sfida a Pietro Ziino nel 1966 e la freschezza atletica di Enrico Barlatti nel 1967 l’obbligò a chiudere la professione di pugile.
Aveva fatto tanto, grazie al suo indomito coraggio – dimostrato attraverso alcune sfide impossibili – ed alle indubbie qualità pugilistiche, fatte vedere sempre e comunque, in tutte le battaglie affrontate.
Aveva sconfitto un campione del mondo ed uno continentale, si era misurato dignitosamente con altri pugili che avrebbero cinto la fascia mondiale ed europea, inseguendo il risultato finale, all’insegna dello spettacolo, continuamente.
 
Primiano Michele Schiavone
 

 

 

 

 

 

 

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