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ADDIO AVV. RUBINO, SINGOLARE FIGURA DEL PUGILATO

 

Enfatico personaggio, sempre alla ricerca di nuove iniziative, per scuotere la boxe nazionale

di Alfredo Bruno

ROMA, 25.04.2013 – Si è spento stamattina l’avv. Giuseppe Rubino che l’11 maggio prossimo avrebbe compiuto 76 anni. Non è stato certo un personaggio marginale per la boxe laziale e per certi versi anche per quella nazionale. Da anni era Presidente della Roma Tricolore, società fondata nel lontano 1985. Diciamo che il suo arrivo fu determinante per dare una scossa a tutta la Regione Laziale. Di professione Avvocato aveva legami politici, fu anche assessore a Pomezia. Non era personaggio da stare ai margini, notevole spirito organizzativo siglò un “patto di ferro” con i Consiglieri del Comitato di quell’epoca, parliamo di Franco Pavone (Boxe Ostia Mare), Cesare Venturini (Audace) e Carmine Coletta (Coletta e Nardiello).
 
l'avv. Giuseppe Rubino (destra) con Carmine Colecchia, in una recente foto
 
Era ancora un’epoca clientelare ed erano poche le società intraprendenti. Con lui la carica di Presidente cominciò ad acquistare potere a livello dirigenziale, a non essere marginale. La maggior parte delle Società erano rette dai maestri e dai loro familiari. Un cerchio un po’ chiuso dove l’organizzare era un fatto che oltrepassava i limiti di gestione. Il suo modo di esporre era caratteristico in un mix tipico del dialogo forense dei tribunali e di una visione a volte satirica, un po’ umoristica, della realtà in cui il nostro sport si dibatteva. Per lui la politica in qualche modo doveva entrare nel mondo pugilistico, era una necessità per aprire nuove porte e orizzonti. Non tutti videro di buon occhio quando alle elezioni del Presidente del Comitato Laziale presentò come candidato l’On. Mario Gargano, politico navigato e grande appassionato del nostro sport. Fu un’elezione molto combattuta, perché alla massima carica laziale da circa un ventennio e passa dominava la figura del Commendatore Edmondo Romanini, un imprenditore a cui molte società erano legate da stima profonda. Fu una lotta…si può dire fino all’ultimo voto e vinse Mario Gargano. L’ avv. Rubino aveva ottenuto con questa elezione un suo personalissimo successo. Non si accontentò di stare ai margini dirigenziali, ma partecipò attivamente all’attività del Lazio, regione che sembrava aver capito che per andare avanti bisognava muoversi. Pomezia, grazie ai suoi interventi divenne una località importante nell’attività, il Palazzetto fu aperto più volte alla boxe. Persino stabilimenti e alberghi, grazie a Rubino, aprirono le porte per manifestazioni e incontri culturali. Il Lazio cresceva, e sotto sotto il merito era anche suo. Devo essere sincero ancora oggi non so definire i limiti a cui sarebbe potuto arrivare. Per vari anni fu Presidente dell’Europetroli, che sarebbe stata chiamata Libertas e in qualche modo legata all’attività del grande Ente Promozionale, connesso con la Democrazia Cristiana. Con lui ci stavamo abituando a ragionare e a fare spesso anche il passo più lungo della gamba come avvenne nel 1989, quando il Lazio presentò il suo candidato alla Presidenza della Federazione alle elezioni. Il candidato era Mario Gargano, che aveva alle sue spalle l’onnipresente Rubino, fine tessitore di una campagna elettorale, che ad un certo momento sembrò far traballare il trono di Ermanno Marchiaro, tessera trentennale del PCI e Presidente da tre legislature, successore tra l’altro dell’on. Franco Evangelisti, il “delfino” di Giulio Andreotti. Giuseppe Rubino, insieme a Franco Pavone, Carmine Coletta e Cesare Venturini fondò e finanziò Match ’87, un mensile che parlava di pugilato attivo, ma attaccava duramente la Federazione, rea di un certo immobilismo. Diciamo che un po’ di problemi e una certa preoccupazione la rivista creò ai vertici Federali. Sembrava a pochi mesi dall’elezione che Gargano avesse buone chances, che invece nel giro di pochi giorni prima dell’Assemblea si sciolsero come neve al sole. Molti avevano avuto paura dell’ignoto, non voglio dire del nuovo. L’ elezione fu una sorta di Caporetto per il candidato Mario Gargano, che si ritrovò contro anche una buona parte delle Società del Lazio, che non gli avevano perdonato la sua vittoria su Romanini. Di fronte all’evidente debacle che si stava abbattendo Rubino non esitò a presentarsi sul palco per esprimere il suo pensiero, ma ricevette più fischi che applausi. A ripensarci bene molte cose che lui aveva detto e molte sue intenzioni si rivelarono allora precorritrici, quasi profetiche. Rubino mantenne sempre il suo spirito organizzativo, la sua società fu una delle prime ad allenare le donne e a farle combattere. La sua sigla organizzativa con il nome della Roma Tricolore è stata sempre attiva. La sua presenza, quasi costante per un ventennio, si era man mano diradata: molte sue idee, che all’epoca sembravano fantascientifiche si erano ormai realizzate. Il Lazio era cresciuto e l’avvocato era diventato uno dei tanti, lui che per un lungo periodo aveva mosso lo scacchiere della diplomazia pugilistica.
Pochi giorni fa all’improvviso siamo venuti a sapere che aveva problemi respiratori, poi pian piano si è saputa la verità, i polmoni erano stati intaccati dalla malattia. Era questione di poco e stamattina Giuseppe Rubino, per tutti l’Avvocato, ci ha lasciato. Nei suoi riguardi ho un rammarico: di non aver potuto esaudire un suo desiderio. Lui era nato a Potenza e da giovane era stato un buon dilettante, ricordava di aver combattuto negli anni 1955-1956 contro Linzalone, che fu un grande campione. Mi chiese di trovargli il Boxe Ring che aveva parlato di quel match…, ma ormai è troppo tardi.

 

 

 

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