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LA GRANDE PROVA DI LARGHETTI E LA STORIA DEI CRUISER

 

 

Il bilancio italiano dei massimi-leggeri

di Giuliano Orlando

Il serbo germanizzato Marco Huck (38-2-1) battendo sul ring di Halle in Sassonia, come da pronostico Mirko Larghetti (21-1) il gigante di Frontino, - minuscola perla collinare dell’urbinate, nella zona di Montefeltro, dove Mirko ha deciso di vivere – ha raggiunto l’inglese Johnny Nelson, sul tetto delle difese (13) mondiali massimi leggeri WBO, con ottime possibilità di superare la quota, anche se ha fatto capire che la categoria gli sta molto stretta. A livello statistico Larghetti è l’81° pugile di casa nostra che combatte per una cintura mondiale. Il sesto che ci prova nella categoria. Per l’Italia la 226° sfida iridata. Il verdetto ai punti, contrariamente a quanto scritto dai soliti (in)esperti, rispetta il regolamento WBO. Larghetti è andato al tappeto pesantemente su un’azione al limite delle norme (Huck lo ha cravattaio e poi colpito duro), nel momento in cui scadevano i tre minuti dell’ultimo round. In questo caso l’eventuale conteggio si interrompe al gong. L’arbitro in effetti non l’ha eseguito, perché l’incontro era terminato in coincidenza con la caduta. Che poi si sia andati per le lunghe, non cambia nulla. Applicata la norma. Larghetti è stato bravissimo, superando ogni attesa, ha lottato con cuore, tenacia e tenuta per dieci round, e due giudici su tre in quel momento lo vedevano non troppo lontano dal campione. Gli ultimi due round sono stati una sofferenza, con l’italiano in calo fisico, mentre Huck si scatenava, sicuro di poter reggere bene fino al termine. In precedenza il tedesco aveva gestito col bilancino del farmacista le energie, consapevole di non essere al top. Il peso segnato di kg. 90.500, a 218 grammi dal limite, fanno capire la difficoltà, mentre l’italiano segnava 88.800. Che Huck sia un massimo è un dato di fatto da tempo. Si tratta di capire quando farà il salto di categoria. Nelson, presente ad Halle, è andato a complimentarsi con Mirko, ignorando il tedesco, al quale ha mandato un messaggio al vetriolo: “Un campione di plastica, che difende la cintura solo in casa. Se accetta, mi alleno sei mesi e lo batto”. L’inglese ha 47 anni ed è fermo da nove stagioni. Larghetti è stato encomiabile, anche se dopo questa fatica, d’obbligo un lungo riposo. Se i 31 anni, possono sembrare ostacolo al futuro, in realtà il giovanotto pugilisticamente ha margini notevoli di miglioramento. Che il suo maestro Massai e non i telecronisti dal tubo, l’uno mister tentenna e l’altro inventore della boxe, saprà insegnargli. Salvatore Cherchi ha offerto al pugile una grande opportunità a giusta ragione. I massimi leggeri sono tra ultime categorie riconosciute. Successive solo supermosca (1980), supermedi (1984) e paglia (1987).
Fu l’AIBA nel 1977, il primo ente che aprì la strada ad una categoria che andasse oltre i +81 kg. limite oltre il quale per troppo tempo era stato fissato il tetto dei massimi. Con situazioni imbarazzanti, di sfide dove la differenza superava i 30 kg. Nacquero così i + 91, che debuttarono agli europei di Colonia nel ’79, toccando la 12° categoria in maglietta. Per la cronaca fu il beniamino di casa, Peter Hussing, 31 anni, a quel tempo studente fuori corso di architettura a vincere il nuovo titolo, battendo in finale l’ungherese Samodi che aveva creato sorpresa superando il russo Indshjan in semifinale. Per Hussing fu il canto del cigno, l’ultimo trofeo di una carriera lunghissima, con 10 titoli nazionali, due argenti europei e il bronzo olimpico del ’72 a Monaco.
Il WBC, guidato da José Sulaiman, uno dei più grandi e lungimiranti operatori della boxe professionistica, scomparso il 26 gennaio scorso a 82 anni, capì al volo che quanto fatto nei dilettanti era da ripetere nei “pro”, potando il limite dei massimi da kg. 79,370 (175 libbre) a kg. 86,182, equivalenti a 190 libbre. I nascenti cruiser (da kg. 79,378 a 86,182), divennero il cuscinetto tra i mediomassimi e i massimi. Era il 1979, la WBA si adeguò nel 1982. L’Italia, legata all’EBU, continuò a riconoscere le 175 libbre dei massimi fino al 1986, ignorando i cruiser! La IBF e la WBO, si adeguarono nel 1983 e 1989.
Sul ring, i massimi leggeri o cruiser, debuttano ufficialmente sul ring l’8 dicembre 1979. Il battesimo mondiale a Spalato, allora Jugoslavia, tra il beniamino di casa Mate Parlov e Marvin Camel, indiano della tribù delle “Teste piatte”, conclusosi con un nulla di fatto. Pari bugiardo, che salva un Parlov in disarmo e punisce l’americano che avrebbe meritato la cintura WBC. Quattro mesi dopo a Las Vegas (nella foto a destra), i giudici premiano giustamente Camel, che pur essendo buon pugile, il 25 novembre 1980 sul quadrato di New Orleans, deve inchinarsi al miglior tasso tecnico dell’emergente portoricano Carlos De Leon, uno splendido longilineo (1.85), portato dal padre, discreto pugile, in palestra giovanissimo, dimostrando subito grande talento. Debutta al professionismo il 3 agosto 1974, il ragazzo ha compiuto 15 anni tre mesi prima. Il ring è quello di St. Thomas, nelle Isole Vergini, nelle piccole Antille, territorio USA. Il primo passo di una carriera che culminerà con il lungo regno tra i cruiser dal 1980 fino al ’90, dieci anni in cui tra conquiste, difese e sconfitte, combatterà ben 16 volte con la cintura in palio. Fu il nostro Massimiliano Duran, il 27 luglio 1990 a Capo d’Orlando, tirando fuori la prestazione della vita a sconfiggere il più quotato portoricano, che girava l’Europa battendo tutti gli sfidanti. Trovò disco rosso nella località balneare siciliana, grazie al figlio di Carlos, guidato all’angolo da Rocco Agostino. Un match non certo esaltante, ma furbo e studiato a tavolino da parte di Massimiliano (nella foto a sinistra con la cintura Wbc), al punto che l’ospite perse la pazienza, divenne scorretto e subì la squalifica all’11° tempo. L’ultima sfida iridata, poi subentrò il silenzio per due anni. Riprende nel ’92, vince ancora molto ma solo per raccogliere qualche dollaro in più. Il segno del tramonto ad Atlantic City contro l’emergente Corrie Sanders nell’agosto del 1994. Carlos colpito dal tremendo sinistro del sudafricano di Pretoria, uno dei pochi ad aver battuto (ko 2) Wladimir Klitschko, finisce ko al primo round. Alla fine del ’95, l’organizzatore danese Mogen Palle, lo stuzzica con una buona borsa per assaggiare i pugni del pachidermico Brian Nielsen. Accetta e finisce ko al terzo round. Porta a casa le corone danesi, che tramuta in dollari e capisce che è tempo di appendere i guantoni al chiodo, dopo 21 stagioni sul ring, sia pure con qualche parentesi
Sul fronte italiano, oltre a Duran, ci hanno provato Angelo Rottoli (WBC) nell’87, Pietro Aurino due volte nel 2000 (WBC) e 2001 (WBO), come Vincenzo Cantatore nel 2002 (WBC) e 2004 (WBO) e appunto Larghetti ieri sera, sempre sconfitti. Sorte migliore per il milanese Giacobbe Fragomeni, che al primo tentativo, siamo nel 2008, il ring è quello del Palalido di Milano, l’avversario è Rudolf Kraj, trentenne della Repubblica ceca, residente ad Amburgo, imbattuto (14), un buon ruolino nei dilettanti, col bronzo olimpico ai Giochi del 2000 a Sydney in Australia e quello iridato ai mondiali del 2003 a Bangkok in Thailandia. Un precedente tra i due, nella finale al Torneo Italia 1999. Vince Kraj per wo, con l’italiano infortunato. A Milano si dimostra pugile ostico, ma deve cedere all’incessante avanzare dell’italiano che conferma di essere un rullo compressore. Vittoria meritata, e secondo italiano sul tetto del mondo tra gli “incrociatori” del ring. Il successivo incrocio si chiama Wlodarczyk, un polacco dal fisico impressionante e dai pugni di piombo. Il 16 maggio 2009, Roma accoglie la sfida, che resta tra le più impressionanti. Fragomeni rischia la fine nel nono round, contato e in balia di uno scatenato avversario. Invece il nostro pistolero non è finito. Trova la forza di un recupero miracoloso mettendo addirittura l’avversario in difficoltà. Pari che salva la cintura, con pieno merito. Ci penserà il magiaro Zsolt Erdei, vecchia volpe del ring, a scalzarlo, premiato nell’unico tentativo oltre i mediomassimi, la categoria dove domina da anni. Match dai due volti: prima parte tutta ungherese con Fragomeni che aspetta qualcosa che non arriva. Quando decide di tirare i pugni è troppo tardi. Sconfitta con rabbia. Erdei passa subito la mano che il feroce “Wodar” subito afferra, ritrovando Fragomeni come cosfidante. Lo affronta e batte a Lodz, casa sua, per kot all’8° round. Dal 15 maggio 2010, il gigante polacco è ancora saldamente in sella, dopo sei difese, non sempre brillanti e facili. L’ultima a Chicago (Usa) ancora con l’inossidabile Giacobbe, che si arrende al sesto round. In precedenza, nel giugno 2013 a Mosca, vede i sorci verdi contro il possente Rakhim Chakhkiev, il russo che ai mondiali 2007 e ai Giochi 2008, viene ricordato per la finali contro Clemente Russo. I suoi pugni fanno contare il polacco che sembra debba dire addio al titolo. Ipotesi errata, perché l’uomo di Varsavia, trova le forze per ribaltare la situazione e mantenere il titolo. Che metterà in palio il 27 settembre sempre a Mosca, contro l’altro russo, Grigory Drozd, che ha lasciato l’europeo per l’avventura iridata. Come andrà a finire la settima difesa? Risposta difficile, visto che Wlodarczyk ha sette vite come i gatti.
Il WBC, dopo aver incoronato americani fino agli anni ’90, con alcuni nomi di spicco quali Evander Holyfield e Dwight Muhammad Qawi, che apprese la boxe in carcere, inizia la stagione europea (1990-1994) con l’avvento di Max Duran. La cintura passa poi a Anaclet Wamba, francese di colore e nel ’95 all’argentino Marcelo Fabian Dominguez, che la difende cinque volte. La sesta gli è fatale. Il 21 febbraio ’98, davanti al suo pubblico di Buenos Aires, il generoso pugile di casa deve accettare la superiorità del mancino cubano Juan Carlos Gomez, uno dei tanti caraibici fuggiaschi dall’isola per abbracciare il professionismo. Vive in Germania, genio e sregolatezza dall’allungo infinito domina la categoria irridendo spesso gli avversari. Lascia per saturazione. L’ultima difesa, la decima, contro il nostro Aurino il 3 novembre 2001, vincendo per ko al 6 round. A sostituirlo vengono chiamati Wayne Braithwaite picchiatore della Guyana e il nostro Vincenzo Cantatore a Campione d’Italia la sera dell’11 ottobre 2002. Match dai toni drammatici, con situazioni al limite dell’incredibile. Cantatore dopo aver subito otto riprese trova il destro della domenica, il caraibico va in crisi, è sull’orlo del ko, ma all’italiano manca la freddezza o la capacità di chiudere la partita. Che invece riesce a Braithwaite al decimo tempo, tra proteste e rimpianti, con l’arbitro che dimostra perlomeno incapacità a dirigere un mondiale.
A giustiziare l’americano ci pensa il francese Jean Marc Mormeck, dall’imponente struttura muscolare che il 2 aprile 2004, domina il match, sul ring di Worcester negli USA. Lo stesso transalpino lascia e riprende la cintura contro O’Neill Bell, un ottimo atleta dalla personalità fragile. Il 10 novembre 2007, irrompe l’inglese David Haye che, dopo aver assaggiato il tappeto si scatena e spedisce il francese ko al 7° round. L’8 marzo 2008, al Millennium Dome di Greenwich di Londra il derby britannico con Enzo Maccarinelli, sangue italiano paterno che mette in palio la cintura WBO e la perde. Non c’è match, troppo forte Haye che in due riprese risolve la faccenda. Qualche mese dopo Haye annuncia il passaggio nei massimi e augura a Giacobbe Fragomeni, che considera l’avversario più tosto tra i suoi rivali, di prendere il suo posto. Giacobbe realizza il sogno e ringrazia l’amico-rivale per gli auguri. Una favola davvero bella, quando si pensi che nel marzo del 2003, la carriera di Giacobbe era legata ad un sottilissimo filo. All’Istituto Città di Pavia, il primario ortopedico, dottor Dario Quattrocchi operava Giacobbe Fragomeni, sostituendo il tendine rotto del bicipite omerale con un tendine omologo, donato dalla University Florida Tissue Bak. Non fosse riuscito quell’intervento, delicato e d’avanguardia, per Giacobbe la boxe sarebbe stata un ricordo. Invece andò tutto bene e ancora oggi combatte.   
La WBA inizia il percorso a Johannesburg in Sud Africa nel 1982. Primo campione il portoricano Ossie Ocasio, un duro che ha tentato inutilmente la scalata nei massimi, bocciato da Holmes e Holyfield. Trova la realizzazione nei cruiser il 13 febbraio contro il non irresistibile Robbie Williams. Nel tempo anche la WBA sbarca in Europa. Nell’87 per la sfida che mette in palio due cinture tra Holyfield (WBO) e Ocasio (WBC), l’approdo è nella mondana St. Tropez sulla Costa Azzurra francese, tra topless e flash per l’evento. Il baldo Evander, tutto muscoli come un Michelin al cioccolato, costringe il portoricano alle resa all’11° tempo. L’anno dopo il campione lascia per passare nei massimi. Spunta la candidatura di Toufik Belbouli nato in Mauritania, infanzia in Marocco anche se francese di passaporto. Potente e rapido, una carriera tutto sommato breve, dall’82 al ’90, una sola sconfitta contro 28 successi e 22 ko. Per lui si tassano i notabili di Casablanca e il 25 marzo ‘89, viene incoronato campione ai danni del modesto Michael Greer, che dopo aver fallito contro De Leon nell’86 per il WBA, ci prova inutilmente contro il solido africano e finisce groggy all’8° tempo. Ma Belbouli è una meteora. L’ultimo incontro è con Robert Daniels a Madrid nel novembre del ’90, al quale tenta di riprendere la corona toltagli a tavolino. Finisce in parità e chiude la carriera (28+1-1=) iniziata a 28 anni e conclusa a 38. L’americano per contro, è stato un vero stakanovista, ha lasciato il ring nel 2007 alla soglia dei 40 anni, dopo quasi 24 stagioni di attività. La WBA tra il 1997 e il 2005, trova in Francia una piazza importante, con Fabrice Tiozzo e Jean Mormeck. Dal 2006 tra titoli a interim e cinture vere, si succedono gli americani O’Neil Bell e Virgil Hill, in alternativa all’inglese Haye il tedesco Firat Arslan e al panamense Guillermo Jones, che ha coronato un inseguimento iniziato nel lontano ’98, quando sfiorò la corona superwelter contro il francese Laurent Boudouani (un pari e una split decision contro). In aggiunta il pareggio molto casalingo contro Johnny Nelson nel 2002 per la WBO a Derbyshire, fino al trionfo di Amburgo di fine settembre, alla bella età di 36 primavere sul quadrato di Amburgo, rifilando una punizione storica ad Arslan costretto alla resa al 10° round conquistando il titolo WBA. Purtroppo il panamense, ancora attivo con risultati straordianari vista l’età, è inciampato più volte nella nube nera del doping. Dopo Jones, breve regno del finlandese Herelius, si alternato il cubano Hernandez (2011) che detiene anche l’IBF, ancora in suo possesso. Dal 2011, il mancino russo Lebedev ancora in sella, nonostante il ko subito contro Jones nel maggio 2013. Riscontrato positivo l’americano, che nonostante gli strilli di Don King, il manager, sembra realmente colpevole.
La IBF battezza la categoria con un cavallo di ritorno. Marvin Camel, uscito fuori dal gioco del WBC nell’82, rientra dalla porta IBF il 13 dicembre dell’83. A farne le spese Roddy MacDonald che boxava in casa, ovvero ad Halifax in Canada, finito ko al 5° round. I primi passi della sigla toccano anche l’Italia approdando a San Remo, a Marsala e a Camaiore tra l’86 e l’87, con accoppiamenti stranieri. Ci torna nel ’91 a Salemi in Sicilia (James Warring contro l’inglese James Pritchard) per tornare negli USA salvo qualche apparizione estemporanea a Madrid (1996) in Kazakistan (2001) per vedere all’opera Vassiliy Jirov, il ragazzo di casa che ha scelto gli USA subito dopo i Giochi di Sydney, per il resto fino al gennaio 2006 la IBF resta sempre negli Usa. Da novembre si sposta in Europa: Polonia e Germania le piazze che ospitano le sfide. Krzysztof Wlodarczyk, lo sfidante di Fragomeni a Roma, è il primo a godere di questa opportunità, ottenendo a Varsavia una vittoria striminzita e forse immeritata contro lo statunitense Steve Cunningham che metterà le cose a posto nella rivincita a Katowice e la conferma del valore lo scorso dicembre a Bielefeld in Germania, quando zittisce le ambizioni di Marco Huck, subito dominato e costretto alla resa nell’ultimo round. L’11 dicembre 2008 a Newark (Usa) viene scalzato da un altro polacco: Tomazs Adamek, sfidante ufficiale, proviente dai mediomassimi, dove è stato campione WBC dal 2005 al 2007, scalzato da Chad Dawson ai punti. Passato nei cruiser, conquista la cintura IBO e l’eliminatoria IBF il 19 aprile 2008 a Katowice, mettendo a cuccia all’8° round O’Neil Bell. Conclude l’escalation superando Steve Cunningham a dicembre. Difende lo scettro con un duro ko ai danni di Johnathon Banks, il 27 febbraio 2009 e Bobby Gunn cinque mesi dopo, sempre a Newark dove risiede. Rispunta Cunningham che trova soldi e vittorie in Germania, finchè non incrocia il mancino Hernandez, che lo batte e si mantiene in vetta. L’ultima vittoria sullo stagionato Firat Arslan il 16 agosto, ottenuta con molta fatica. 
L’ultima arrivata è il WBO, nasce nel 1988, dalla fervida mente del portoricano Francisco Valcarcel, divenuto il presidente. Prima ad ospitare l’esordio dei massimi leggeri, la Danimarca con Mogen Palle che puntava sul norvegese Magne Havnaa un pallidone con mani pesanti, ma poca fantasia. Il 3 dicembre ’89 a Copenaghen il folto pubblico accorso all’Hotel Scandinavia, fischiò sonoramente il verdetto che puniva il pugile di casa, sconfitto per Split Decision dal non certo irresistibile mancino di Maryland, Boone Pultz, una carriera vincente ma anonima sempre all’ombra di casa. Regno durato 5 mesi. Il tempo della rivincita, stavolta ad Aars, sempre nella terra di Amleto, per acciuffare un bella borsa e lasciare il titolo ad Havnaa. Conoscenza italiana, nel maggio dell’89 aveva tentato la strada europea a Bergamo, ma Angelo Rottoli lo aveva messo ko al 5°, dopo un brivido in apertura di match. E’ la sigla più europea in assoluto. In ventisei anni solo quattro “estranei”. Oltre a Pultz, si sono inseriti Tyrone Booze (Usa) e gli argentini Nestor Giovannini (1993) e Victor Emilio Ramirez (2009). Il resto è tutto europeo. Inizia il modesto tedesco Markus Bott, gran fisico e poco talento - suo il regno più breve: 4 mesi – scalzato da Giovannini che ad Amburgo nel ’93 lo batte due volte. Il sanfedino, sangue umbro dei nonni, era il tipico pugile con la valigia, non un fuoriclasse, ma ottimo elemento, tenace e resistente, per batterlo dovevi possedere il tocco in più. Nell’’88 soggiorna in Italia, battendo tra l’altro il nostro Noè Cruciani per l’Internazionale WBC. Feroci le sfide con Salgado, altro tritasassi platense. Nell’87 si confrontarono ad Ushuaia la città nella parte estrema della Terra del Fuoco in Patagonia, due passi da Capo Horn e stretto di Magellano. Il Polo Sud è a portata di mano. Con l’arrivo di alcune fabbriche la cittadina è vivibile, il clima si è addolcito. L’ho vistata nel 2006, in occasione della prima maratona definita “Fin del Mundo”. La colonia italiana (veneti e piemontesi) residente mi raccontava che negli anni ‘50 e ’60 si arrivava a -50 gradi e oltre tre metri di neve nel loro inverno. E’ stata colonia penale, la più tremenda in assoluto. Vi soggiornarono anche esuli russi per sfuggire alla caccia dei rivoluzionari. Faceva talmente freddo che i reclusi chiedevano di lavorare nei boschi, piuttosto che restare nelle celle. Oggi un trenino alla Walt Disney trasporta i turisti (non molti) dall’ex prigione ai boschi che sono un grande spettacolo. Pensate che una legge argentina vieta addirittura di raccogliere legname. La natura deve fare il suo corso senza intromissioni. Giovannini deve lasciare la cintura al polacco vestito da tedesco Dariusz Michalczewski il 17 dicembre 1994 sempre ad Amburgo. L’impresa della “Tigre” di Danzica rappresenta un diversivo, visto che era già campione nei mediomassimi per la stessa sigla. Non solo, fu despota assoluto dal ’94 al 2003, con ben 22 difese, aggiungendo anche la conquista delle cinture WBA e IBF nel ’97 scalzando il furbissimo Virgil Hill. Ad interrompere il lungo regno si pensò il messicano Julio Cesar Gonzales che il 18 ottobre del 2003, con un verdetto strappato con i denti e l’aiuto dei giudici (2-1) mise fine al novennato. A quel punto lo sconfitto annunciò il ritiro a 35 primavere. Da buon marinaio, i natali sono a Danzica dove i cantieri navali la fanno da padroni, neppure due anni dopo il ritiro, ci ripensa e chiede a Klaus Peter Kohl (Universum), che lo ha sempre guidato, di provare per l’ultima volta. Il promoter lo accontenta e riempie la Color Linea Altona di Amburgo, feudo assoluto. Si trova di fronte il barbuto Fabrice Tiozzo, fratello d’arte e tipo poco raccomandabile quando è allenato. Il transalpino mette in palio la cintura WBA per una borsa principesca: 200.000 euro. E’ il 26 febbraio 2005 e il felino d’un tempo è una tigre di carta, che il francese sbrana crudelmente. Kot al sesto round, in un match a senso unico. Fine della storia.
Torniamo ai cruiser, visto che il capitolo predente riguarda i mediomassimi WBO. Dal ’95 al ’97, il padrone si chiama Ralf Rocchigiani, tedesco di Duisburg, genitori sardi che ai tempi in cui Raffaele e Graziano il fratello, erano ancora dilettanti, il padre venne a Torino cercando di farli entrare nella nazionale azzurra, ma l’allora presidente Ermanno Marchiaro non prese in considerazione la proposta. Erano i primi anni ’80, nell’83 entrambi passano professionisti a guadagnano fior di marchi. Sul ring sono battaglieri e forti, hanno un seguito incredibile. Purtroppo fuori dal ring entrano spesso nelle risse. Graciano in particolare, ne combina di cotte e di crude. Finisce al fresco anche a lungo, tentando tra una “vacanza” e l’altra di rinverdire titoli e guadagni.     
Ralf è più tranquillo, si ritira nel ’97 dopo la sconfitta contro il britannico Carl Thompson, altro guerriero indomabile di colore, capace di bloccare la furia di Chris Eubank, statua di bronzo di Brigton, origini giamaicane e potenza devastante. Thompson lo battè due volte nel ’98, ma l’anno dopo non seppe uscire dalla ragnatela di finte e rientri del più alto e furbissimo Johnny Nelson dalla boxe sporca ma pagante. Veloce di braccia, riflessi eccezionali, colpiva e si ritraeva come il morso del serpente. Si aiutava con gomiti e spalle, un rompicapo per gli avversari. Che per ben tredici volte, fino al 2005 ha mantenuto lo scettro, respingendo tra gli altri anche Aurino e Cantatore. Agghindato come dovesse sfilare al Carnevale di Rio, il longilineo britannico ha sofferto solo con Guillermo Jones nel 2002, per il resto ha sempre avuto la meglio chiaramente.
Il cambio della guardia nel 2006. Nelson rinvia la sfida con Maccarinelli a tempo indeterminato, la WBO si stufa e lo destituisce. Il mancino mezzo italiano, residente a Cardiff nel Galles, compagno di allenamento di Joe Calzaghe, il cui padre è anche il suo trainer, afferrare il testimone, battendo Marcelo Fabian Dominguez, ennesimo argentino giramondo, non più al meglio a 36 anni e una carriera dura e spesso in salita. Il match rispetta le attese, “El Gordo” il toro attacca ma il più alto mancino di Swansea ha buon gioco e conclude la corrida al nono round. Per Enzo tre difese che confermano i progressi, specialmente contro Wayne Braithwaite che è sempre una mina vagante, al quale fa assaggiare anche il tappeto. Lo scorso marzo all’Arena Millennium di Londra, lo scontro con Haye si dimostra troppo azzardato. La diversa potenza è stridente. Haye giustizia Maccarinelli al secondo round. Uscito il campione in carica, la WBO apre due sfide, la prima ad interim tra il mancino russo, l’imbattuto Alex Alekseev e l’argentino di colore Victor Emilio Ramirez (13+1-), mentre nell’altra Enzo Maccarinelli incrocia l’americano-inglese-africano Ola Afolabi che sconvolge il pronostico, costringendo Mac alla resa nel nono round. Afolabi tra l’altro è costretto a restare in Inghilterra, nonostante risieda negli USA, per una questione di permessi scaduti. Il 16 maggio 2009 a Buenos Aires il campione Ramirez mantiene il titolo contro l’azero Alì Ismailov (15+2-1=) battuto per split decision (2-1). Tre mesi dopo si lascia ingolosire dalla borsa che la Sauerland gli offre per affrontare Mark Huck ad Halle. Vince il tedesco e fino ad oggi, nessuno degli sfidanti riesce a scalzarlo. Ci hanno provato Afolabi (tre volte), Richards, Minto, Lebedev, Nakash, Garay, Rossi, Brudov e Arslan (due volte), fino a Larghetti, che ha perduto con l’onore delle armi. Chi sarà il prossimo? Non sorprenderebbe se Huck facesse il salto di categoria.
 
Giuliano Orlando

 

 

 

 

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