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ACCADDE OGGI, TAMAGNINI SFIDA GIRONES

 

 

Il 10 giugno 1931, primo campionato europeo di Vittorio Tamagnini

di Alessandro Bisozzi
 
Josép Joan I Girones, detto "El Canari" ("Il Canarino", per via della capigliatura bionda), nato il 29 di agosto del 1904 al numero 29 di Calle Llibertat, nel cuore dell'antico quartiere di Gracia a Barcellona, era il pupillo della scuola di Angel Artero, il manager ex pugile e miglior maestro spagnolo della noble art.
All’epoca, Girones era il miglior peso piuma in circolazione, in Europa non aveva rivali, in America forse. Nessuno sa, infatti, il perché non abbia mai voluto attraversare l’oceano per cercare l’affermazione mondiale, ma un fatto è certo, a Barcellona egli affrontò e batté, sempre, i migliori atleti d’Europa e del mondo.
Solo la dittatura franchista riuscì a sradicarlo dal Paese dal quale, in una sorta di legame quasi morboso, non si sarebbe mai allontanato, neanche per cercare successi che di sicuro non sarebbero mancati.
Professionista appena diciassettenne nel 1921, José ottenne, nella sua carriera durata fino al 1935, un’incredibile serie di successi: novantotto vittorie su centosette incontri disputati e un solo knock out subìto durante il campionato del mondo contro l’americano Freddy Miller, in quello che fu il suo ultimo combattimento.
Girones era diventato campione d’Europa relativamente tardi, nel 1929, battendo lo sprovveduto Knud Larsen, arrivato a Barcellona per incontrarlo sicuro della propria superiorità.
L’anno dopo arrivò il campione del mondo dei pesi gallo Panama Al Brown, al culmine della carriera; fu uno spettacolo indimenticabile, lo spagnolo lo bloccò sul pareggio davanti ai ventimila spettatori della Plaza de Toros.
Qualunque ambizioso competitore si fosse sentito pronto a confronti di altissimo livello non doveva fare altro che i propri bagagli, arrivare a Barcellona e sostenere la prova della verità.
Quando il 10 giugno del 1931 Vittorio Tamagnini lo affrontò, "El Canari" era l’indiscusso sovrano del regno, l’ostacolo col quale ogni pugile europeo doveva fare i conti prima o poi.
 
Fresco campione d'Italia, dopo aver battuto Luigi Quadrini a Bologna, il ventunenne Tamagnini veleggiava a gran velocità verso i successi internazionali.
Dopo essere diventato una stella del pugilato mondiale tra i dilettanti, con la conquista dell'oro olimpico ad Amsterdam, il pugile civitavecchiese aveva esordito tra i professionisti mettendosi in luce grazie alle sue straordinarie qualità di picchiatore instancabile.
La bella prova resa contro Ambrogio Redaelli e le affermazioni su Otello Abbruciati e Saverio Turiello, oltre a quella ottenuta sul grande Luigi Quadrini, che gli valse il titolo italiano, avevano fatto di lui il pugile più quotato tra i possibili sfidanti al titolo europeo. Titolo che era saldamente nelle mani, da oltre un anno e mezzo, del terribile boxeur catalano.
Il confronto tra i due pesi piuma appariva alquanto improponibile; Girones, infatti, godeva di una lunghissima esperienza maturata in ben dieci anni di attività professionistica, durante i quali aveva disputato la bellezza di settantotto incontri perdendone solo sei. Tamagnini, per contro, non aveva mai perso un solo match, nemmeno tra i dilettanti, ma i suoi diciotto combattimenti sembravano ancora ben poca cosa al cospetto del "Re del ring".  
 Nella capitale catalana gli incontri di boxe si disputavano negli stadi o nelle arene, tanto era l’entusiastica partecipazione di pubblico. Sei mesi addietro, al Montjuic Stadium, Girones batté l’inglese Jack Kirby davanti a ottantamila spettatori, un record assoluto di pubblico che vide pure la vittoria del nostro Carnera contro il basco Paulino Uzcudun.
Ad una settimana dall’incontro, Tamagnini arrivò a Barcellona accompagnato anche da suo padre Benedetto.
 Il campionato europeo avvenne proprio in una delle arene della città, Las Arenas; quella sera erano di scena altri tre pugili italiani, Astolfo De Negri (di Civitavecchia come Tamagnini), Luigi Bonetti e Carlo Cavagnoli, avversari rispettivamente di Jim Terry, Francisco Ros e Carlos Flix. La riunione era, a tutti gli effetti, un confronto tra la scuola pugilistica italiana e quella spagnola.
Le prime tre gare non finirono affatto bene per i colori dell’Italia; il pubblico fu molto contento del risultato degli atleti di casa, anche se apprezzò poco il noioso match tra Ros e Bonetti.
Ora si aspettava di vedere Girones contro il giovane talento italiano, il cui valore era stato ampiamente descritto dalla stampa sportiva spagnola.
Tamagnini è il primo a salire sul quadrato posto al centro della vasta area in terra battuta del "ruedo". Si gira intorno affascinato da quello spettacolo impressionante; accalcati sulle alte tribune, gli spettatori appaiono vicinissimi al ring.
In quel luogo, intriso di passionali sentori di sangue e adrenalina, sembra di combattere come dei gladiatori in un antico anfiteatro romano. 
All'improvviso, l'arena esplode in un boato udito in buona parte della città, "El Canari" è appena entrato nell'arena e attraversa in fretta lo stretto corridoio lasciato libero tra i pieghevoli della platea, sale sul quadrato con padronanza e risponde al saluto dei concittadini abbozzando un inchino.
Malgrado il peso pressoché identico dei due, circa cinquantasei chili e mezzo, il catalano ha una corporatura più massiccia, le sue notevoli masse muscolari gli danno l'aspetto di un peso medio, lasciando intuire, al primo sguardo, una preparazione atletica formidabile.
All’avvio della competizione si piazza al centro del ring, era questo il suo modo di dominare l’avversario.
Tamagnini parte all’attacco, si muove rapido, lo aggira, lancia alcune larghe sventole preliminari, ma fin da subito ha la sensazione di trovare davanti a sé un’autentica roccia, lo spagnolo risponde con qualche pugno allo stomaco, non indietreggia anzi è estremamente pronto a un confronto durissimo.
Il campione d'Europa è molto veloce nelle reazioni, però presto si rende conto di avere davanti qualcuno che in questa qualità può superarlo. L'italiano, per ora, sembra mantenersi a distanza, studia, scruta, cerca di scoprire i punti deboli, i lati meno fortificati di quell'ammasso di muscoli; poi all'improvviso scatta, diventa pericoloso, audace, forse avventato, non ama aspettare, vuole buttarsi al primo accenno di debolezza, alla minima esitazione dell'altro. È la sua natura.
José appare abbastanza tranquillo; malgrado i continui attacchi cui è sottoposto non gli diano il tempo di studiare tatticismi, la sua difesa si adatta quasi istintivamente alla furia dell'avversario.
Vittorio è risoluto, ha deciso di giocarsi il tutto per tutto, non vuole e non può risparmiarsi, si tuffa in avanti e incrocia sovente i suoi colpi con quelli in uscita di Girones.
Durante il terzo round lo spagnolo inquadra il viso e lancia un affondo a due mani violentissimo, un assalto fulmineo e spettacolare, Tamagnini ne esce malconcio, l'arcata sopraccigliare sinistra è squarciata e dalla ferita comincia ad uscire parecchio sangue. Il civitavecchiese comunque dà prova di essere un buon combattente, non ripiega.
Spesso, sorprendendo tutti, tranne chi lo aveva visto già allenarsi, cambia con disinvoltura la guardia nel tentativo di sconcertare il catalano. Davanti però non ha un campione qualsiasi, ma il migliore tra i campioni e la sua esperienza tiene testa anche a questi espedienti.
All’inizio della quarta ripresa i due atleti hanno già maturato ognuno un'ottima conoscenza dell'altro, ora si fronteggiano ad una tale velocità di esecuzione dei colpi da rendere difficoltoso perfino il lavoro di assegnazione dei punti da parte dei giudici.
 Nella quinta ripresa, un duro destro d’incontro di Girones apre un'altra larga ferita sullo zigomo sinistro dell'italiano. Il lavoro metodico e instancabile del campione d’Europa continua a demolire le difese dell’avversario che si dispera, cercando rabbiosamente la giusta distanza e il colpo definitivo.
Vittorio non vuole cedere per due ferite e nelle tre riprese successive scatta la reazione. Si piazza alla distanza adatta e da lì lancia una rapida serie di incursioni; entrate a due mani, tiri precisi, secchi, incisivi, sinistro destro e di nuovo il sinistro in uscita, poi la fuga per aggirare lo spagnolo e ripetere tutto di nuovo.
La nona ripresa parte male per lui, un gancio sinistro gli apre una ferita anche sopra l’occhio destro; il sangue, nonostante gli interventi dei secondi nell’intervallo, non accenna a fermarsi, sul viso si mischia al sudore, penetra negli occhi, coagula, offusca la vista e rallenta i riflessi. Ogni botta presa sulle ferite è come una stilettata, un dolore fortissimo che impedisce di ragionare e di concentrarsi.
Per asciugarsi la faccia insanguinata usa di continuo il dorso dei guantoni e dopo un po’ sono tanto impregnati che è costretto a farlo con l’avambraccio. La stanchezza gli appesantisce i pugni, rallenta il ritmo e il carro armato spagnolo ingrana la marcia.
Il civitavecchiese è indebolito e ha difficoltà a staccarsi da dosso quel mastino che ora impone la sua tecnica preferita, il corpo a corpo. Il sangue continua a uscire abbondante dalle ferite e imbratta i due pugili stretti nella lotta, i calzoncini bianchi di Vittorio sono ormai completamente rossi come il camice di un macellaio.
Nell’intervallo i secondi bloccano ancora una volta l’emorragia applicando un intruglio misterioso e la gelatina di petrolio. Le arcate sopraccigliari sono così gonfie da impedirgli quasi di aprire gli occhi, il padre prova a convincerlo a rinunciare, lui non ne vuole sapere.
Nei primi momenti della decima ripresa riparte all’assalto, il suo coraggio appassiona e commuove tutto il pubblico dell’arena.
Colpisce lo spagnolo, pure lui stanchissimo, piazza buone combinazioni al viso, sembra un riuscito contrattacco in velocità, ma purtroppo dalle ferite ricomincia quell'abbondante colata tiepida. L’occhio sinistro è ormai del tutto chiuso.
A un certo punto si sente una voce provenire dall'angolo, qualcuno gli chiede di poter gettare la spugna.
È un momento drammatico. L’arena è una bolgia umana di urla e acclamazioni.
Vittorio si volta e vede il padre, aggrappato all'esterno dell'angolo, mentre sta per lanciare l'asciugamano sul ring.
Gridando, per farsi sentire in quell'inferno, gli ordina di non farlo.
Non vuole chiudere la partita, tuttavia la sua faccia è ridotta male; José indietreggia di due passi, come a lasciargli la possibilità di decidere, e un attimo dopo se lo ritrova addosso con tutta la giovane generosità che gli permetteva ancora il suo cuore.
Le braccia mulinano colpi a ripetizione nell’assurdo tentativo di trovare l’avversario nelle traiettorie offuscate dal sangue.
In quei pochi secondi alla fine del decimo round, l’energia spesa dal campione italiano sarebbe bastata per illuminare l’intera notte di Barcellona.
Lo spirito battagliero gli impediva di riconoscersi sconfitto, eppure la volontà stava via via cedendo alle ferite del corpo, l'orgoglio lo sosteneva ancora, ma la smania di successo rischiava di sconfinare nella presunzione. E Vittorio non era un presuntuoso.
Nello stesso tempo in cui quella perfetta macchina da combattimento cominciava a rallentare, il dolore fisico si faceva più acuto ed insistente. 
Tamagnini è sfinito, lo spagnolo aspetta solo il momento buono per trafiggerlo un’ultima volta. Gli gira intorno e lo colpisce decine di volte, finché, all'inizio dell'undicesima ripresa, a causa delle ormai insostenibili condizioni delle ferite, l’arbitro francese Vaisberg decreta la fine dell’incontro.
Fu un combattimento drammatico, spettacolare e commovente. Il più pesante per Tamagnini e uno dei più difficili per Girones.
Il pubblico la sera stessa e la stampa il giorno dopo apprezzarono molto quel ragazzo appena ventunenne venuto dall’Italia per sfidare, senza alcun timore, il "Re del ring".
Il civitavecchiese aveva lasciato un ricordo memorabile agli sportivi barcellonesi, una traccia indelebile espressa in maniera autorevole da un corsivo apparso il giorno seguente sulle pagine de "El Mundo Deportivo": «Tamagnini è, oggi, il più degno avversario di Girones. Se ieri, invece di battersi con lui, avesse affrontato qualunque altro grande campione, non solo avrebbe brillato, ma avrebbe sicuramente vinto. Possiamo dire che se c’è stato un momento difficile nella carriera di Girones, ora quel momento è passato».
Nonostante le promesse da una parte e le richieste dall’altra, una rivincita tra i due non venne mai più organizzata.
Girones difese vittoriosamente il titolo europeo per sette volte, fino al ritiro definitivo avvenuto nel 1935. All'avvento del dittatore Francisco Franco, egli si trasferì in esilio volontario in Messico dove trovò lavoro in una fabbrica di biscotti.
Morì nel febbraio del 1982, lo stesso anno del ritorno definitivo della democrazia in Spagna.
 
Alessandro Bisozzi

 

 

 

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