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MIKE TYSON E ALTRI MITI DEL RING

 

 

Luca De Franco, "Il mio libro su Tyson è la storia di un ragazzo del ghetto diventato icona del nostro tempo"

Il giornalista sportivo, che per anni si è occupato di sport da ring incontrando i grandi campioni del pugilato, presenta il suo libro "Mike Tyson e altri miti del ring descritti da chi li ha conosciuti"

MILANO – Partito dal nulla, è diventato un mito dello sport, e non solo, a livello mondiale. Ma ha anche sperperato una fortuna, è entrato nel giro della droga, è finito in carcere. Così il giornalista sportivo Luca De Franco ci racconta il grande campione di pugilato nel libro “Mike Tyson e altri miti del ring descritti da chi li ha conosciuti”, dedicato a una personalità celeberrima e sorprendente, capace anche di mostrare una cultura e un’intelligenza inaspettate. L’autore parla anche di altri miti del ring con cui ha avuto modo di entrare in contatto, come il “Toro Scatenato” Jake La Motta e i campioni del mondo dei pesi massimi Vitali Klitschko e Nicolay Valuev, e ancora di Don King, a capo dell’organizzazione che ha gestito la comunicazione e l’immagine di Tyson investendo milioni di dollari su di lui, e di altri personaggi televisivi.

Com’è nato questo libro?
Il libro è nato perché nel 2010 ho incontrato alcuni personaggi dello sport da ring, come Johnny Rodz, leggenda del mondo del wrestling. L’anno prima avevo conosciuto anche Vitalij Klyčko, il più grande campione di boxe degli ultimi trent’anni, Tyson incluso.
Volevo mettere tutto questo in un libro.
Il fatto di aver organizzato la conferenza stampa di Mike Tyson in Italia ha accelerato la nascita del volume: con lui come protagonista è stato facile trovare un editore.

Il ritratto che emerge di Mike Tyson è quello di un simbolo della nostra epoca, nel bene e nel male. In che modo?
Nel bene perché non è solo un pugile e neppure semplicemente un personaggio, è uno degli uomini più riconoscibili del pianeta. Questo non per merito suo, ma di un’organizzazione che gestisce per lui la comunicazione commerciale e giornalistica – l’organizzazione di Don King, grande promotore di pugilato professionale – e ha saputo fargli avere spazi importanti su tutti i media. Quando è diventato campione del mondo, per esempio, hanno organizzato una festa in stile hollywoodiano in cui lui sedeva su un trono, lo incoronavano, gli mettevano il mantello e lo scettro. Hanno invitato centinaia di giornalisti, hanno mandato centinaia di comunicati in tutto il mondo: un lavoro che non può di certo fare un addetto stampa improvvisato. Lui ha capitalizzato sulla fama che gli ha creato questa macchina organizzativa, è diventato popolarissimo, l’hanno chiamato anche per interpretare piccoli ruoli al cinema. È stato intelligente a interpretare sempre se stesso, anziché  gettarsi in un campo a lui sconosciuto. I registi gli hanno assegnato piccoli cameo e alcuni film in cui è comparso sono andati molto bene – come “Una notte da leoni” o “Rocky Balboa”. Ha dimostrato come un ragazzo sconosciuto, del ghetto, possa diventare un’icona dello sport a livello planetario: questo cinquant’anni fa non sarebbe stato possibile.

E nel male?
Tutto  ciò che di male è capitato ai personaggi famosi, a lui è successo. Ha sperperato tutti i soldi, è finito nel giro della droga, è andato in carcere. L’unica differenza tra lui e una rockstar è che lui ha guadagnato 300 milioni di dollari con la boxe: non riesco a concepire come abbia fatto a dilapidare una tale fortuna. Sta di fatto che ha dichiarato bancarotta. Anche tutto questo è un simbolo della nostra epoca.

Lei ha conosciuto Mike Tyson di persona, cosa l’ha colpita di più di lui?
Si è dimostrato molto bravo a livello di comunicazione giornalistica. Vista la sua reputazione, si pensava che si innervosisse di fronte a certe domande, cosa che non è avvenuta. Ha soddisfatto del tutto i giornalisti che stavano di fronte a lui, rispondendo con molto impegno e mostrando una cultura generale che non si credeva avesse.
Ha tenuto benissimo testa, per esempio, a Enrico Lucci delle Iene. Poi Lucci ha voluto abbracciarlo e baciarlo, e lui è stato molto disponibile, è stato al gioco.
E non si è parlato solo di boxe, si discusso un po’ di tutto, anche di religione.

Lei nel libro parla anche di altri personaggi. C’è qualcun altro che l’ha colpito in particolare?
Don King: se si cercano notizie su di lui nel web viene fuori che nella sua vita ha combinato di tutto e di più, ma io l’ho conosciuto ed è una persona simpaticissima. Ha tenuto una conferenza stampa a Bergamo e ha dato vita a “one man show”. Anche lui ha parlato di spiritualità, ha detto che avrebbe voluto incontrare il Papa. Un pugile di Bergamo è riuscito a fargli avere i biglietti di prima fila per un discorso di Papa Ratzinger: Don King gli si è avvicinato e gli ha regalato anche una cintura di campione del mondo.

Per chi è concepito questo libro?
Il mio lettore tipo è l’appassionato di sport da ring – io sono un giornalista di pugilato, ho intervistato grandi pugili americani per il Corriere e il Giornale e ho scritto già due libri in precedenza.
Visto però che il protagonista è  un grande personaggio come Tyson, in verità il libro può interessare chiunque: in molti mi hanno detto di averlo comprato pur non seguendo la boxe.
Racconto anche tanti aneddoti su personaggi televisivi, perché nel corso della mia carriera ho portato alcuni di questi campioni in televisione. Per esempio ho iniziato a collaborare con Maurizio Mosca nel ‘99. Sono riportati una serie di episodi divertenti su personaggi come Brigitte Nielsen e Martina Colombari.
È uscito per una piccola casa editrice, Vic Antico, ma per come ha venduto finora meriterebbe di entrare nella grande distribuzione.

 

Fontewww.libreriamo.it/a/6218/luca-de-franco-il-mio-libro-su-tyson-e-la-storia-di-un-ragazzo-del-ghetto-diventato-icona-del-nostro-tempo.aspx

 

 

 

 

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