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ADDIO A MUHAMMAD ALI, UNA LEGGENDA DEL PUGILATO

 

 

A 74 anni si è spenta la figura più carismatica della boxe

di Primiano Michele Schiavone

Venerdì 3 giugno 2016 si è chiusa la storia vivente di una leggenda della boxe, Muhammad Ali, sconfitto all’età di 74 anni da complicanze respiratorie causate dalla lunga malattia che lo affliggeva da 32 anni. La morte è avvenuta a Phoenix, Arizona, dove l’ex campione del mondo è stato ricoverato nel precedente martedì.
L’annuncio ufficiale è stato dato dal portavoce della famiglia Bob Gunnell, il quale ha aggiunto che i funerali si svolgeranno a Louisville, in Kentucky, senza precisare la data.
L’addetto stampa ha poi rivolto il ringraziamento della famiglia Ali a tutti coloro che li hanno accompagnati con i loro pensieri, preghiere e sostegno. Ha concluso dicendo che la stessa famiglia Ali chiede rispetto per l’intimità del momento.
Nato a Louisville, Kentucky, il 17 gennaio 1942 con il nome di Cassius Marcellus Clay, si avvicinò al pugilato nel 1954 dopo aver subìto il furto della bicicletta. Con la maglietta vinse molte competizioni nazionali, Golden Gloves e National AAU Championships al limite dei pesi mediomassimi (kg 81). Nel 1959 perse contro il guardia destra Amos Johnson nella finale del torneo US Trials per i Giochi olimpici dell’anno seguente. La sconfitta sembrò fermare l’ascesa del giovane pugile anche perché il suo vincitore si aggiudicò successivamente la medaglia d’oro ai Giochi Panamericani. Fortunatamente per lui Johnson passò professionista alla fine di quell’anno, lasciandogli campo libero nelle competizioni statunitensi che spianavano la strava verso le Olimpiadi di Roma. Clay vinse tutti gli appuntamenti del 1960 fino ad atterrare nella capitale italiana per stupire il mondo intero quando conquistò la medaglia d’oro all’età di 18 anni, superando in finale Zbigniew Pietrzykowski, guardia destra polacco di 25 anni.

Nell’ottobre di quell’anno passò professionista nella sua città natale superando il connazionale Tunney Hunsaker sulla distanza delle 6 riprese.
Nelle successive vittorie incappò in due knockdown che fortificarono il suo spirito combattente: con Sonny Banks nel febbraio 1962 e Sir Henry Cooper nel giugno 1963.
Nel febbraio 1964 divenne il primo vincitore olimpico dei mediomassimi a conquistare il titolo mondiale dei pesi massimi: superò Sonny Liston che si ritirò alla fine del settimo round.
Il 6 marzo di quell’anno Cassius Clay cambiò il suo nome in Muhammad Ali, aderendo alla fede musulmana.
Nel 1965 disputò la rivincita con Liston e vinse in modo controverso nella prima ripresa, difendendo la cintura WBC dopo che la WBA lo aveva privato dell’altra corona.
Continuò a superare tutti i pretendenti al titolo mondiale della sua versione iridata, dal 1965 al 1966, quali Floyd Patterson, George Chuvalo, Henry Cooper, Brian London, Karl Mildenberger e Cleveland Williams.
Il 1967 vide Ali nuovamente campione assoluto dopo aver sconfitto Ernie Terrell, privandolo della cintura mondiale WBA. Dopo aver respinto Zora Folley, il 28 aprile dichiarò pubblicamente di essere obiettore di coscienza a causa della sua religione, circostanza che lo portò a rifiutare la divisa militare e a condannare la guerra che il suo paese stava sostenendo in Vietnam. Le sue decisioni lo portarono all’accusa di renitenza alla leva; successivamente venne privato del titolo di campione del mondo ed escluso dall’attività pugilistica agonistica.

Muhammed Ali con Malcolm X

Impegnato nella lotta per i diritti civili
Dal 1967 divenne paladino dei diritti umani e un difensore dei diritti civili. Realmente attaccato al tema della segregazione razziale, si racconta che gettò nelle acque del fiume Ohio la medaglia d'oro vinto alle olimpiadi di Roma per manifestare la sua protesta contro il razzismo dei bianchi (nel 1996 il CIO gli donò una nuova medaglia, sostitutiva della prima, in una speciale cerimonia ai giochi olimpici di quell’anno). La versione sull’accaduto riferita da Howard Bingham, amico stretto e confidente di Ali, al Courier-Journal di Louisville, è che all’epoca il gesto di scagliare la medaglia fu una vera e propria finzione, perché, in realtà, il pugile aveva perduto la medaglia vinta a Roma.

Alì tornò a far parlare di sé nell’ottobre 1970, quando superò per ferita Jerry Quarry e dimostrò che gli oltre 3 anni di inattività non avevano arrugginito le sue qualità. La successiva sfida con l’argentino Oscar Bonavena, finita vittoriosa nella quindicesima ripresa, comprovò i suoi requisiti, per nulla scalfiti dalla forzata inerzia.
Nel marzo 1971 Alì affrontò nel Madison Square Garden di New York l’imbattuto campione mondiale Joe Frazier, nel tentativo di ritornare sul tetto del mondo, ma rimase sconfitto ai punti in 15 tempi, dopo aver toccato il tappeto, per la terza volta in carriera. La sfida fu etichettata come il “combattimento del secolo”.

Riprese a vincere contro Jimmy Ellis, Buster Mathis, Juergen Blin, Mac Foster, George Chuvalo e Jerry Quarry per la seconda volta, Alvin Lewis, Floyd Patterson nel retour match, Bob Foster e Joe Bugner, ma, nel marzo 1973 venne sorpreso da Ken Norton che, oltre a rompergli la mascella gli inflisse la seconda sconfitta per decisione. Ali si rifece nella rivincita combattuta con Norton nel settembre successivo, ribaltando il risultato al termine delle 12 riprese.
Superati Jan Lubbers e Joe Frazier sulla stessa distanza, nell’ottobre 1974 Ali divenne il secondo pugile nella storia della boxe, dopo Floyd Patterson, a riconquistare il titolo mondiale dei pesi massimi, strappando la corona iridata all’invitto George Foreman con uno spettacolare fuori combattimento nell’ottavo tempo. Quello storico evento, conosciuto con il nome di “The Rumble in the Jungle” si svolse a Kinshasa, capitale dell’allora Zaire, nel cuore dell’Africa.
Archiviate le sfide portategli da Chuck Wepner, che ispirò la fortunata saga della cinematografia Rocky, Ron Lyle e Joe Bugner, al secondo confronto, nell’ottobre 1975 Ali si trovò per la terza volta dinanzi a "Smokin'"Joe Frazier nella sfida denominata "Thrilla in Manila". Il confronto fu spietato ed il campione di Filadelfia, ferito ad un occhio, preferì abbandonare al termine del round numero 14 per evitare complicanze alla sua vista.
Ali infilò un’altra serie di successi contro Jean-Pierre Coopman, Jimmy Young, Richard Dunn, Ken Norton per la terza volta, Alfredo Evangelista ed Earnie Shavers, prima di cedere nel febbraio 1978  la corona iridata al giovane Leon Spinks, con soli 7 confronti professionistici all’attivo, sommati in 13 mesi dopo la vittoria olimpica a Montreal nel 1976. La decisione fu divisa ma il suo record si macchiò per la terza volta. Sette mesi dopo Ali s’impose a Spinks con decisione unanime e riconquistò il titolo mondiale per la terza volta.
Ali annunciò l’addio al ring il 27 luglio 1979. L’anno seguente si rimangiò quella decisione e sfidò il nuoco campione mondiale WBC Larry Holmes. In quell’ottobre 1980 Ali dovette cedere al più giovane titolato, conoscendo anche la prima e l’unica sconfitta per fuori combattimento tecnico.
Ritornò sul ring, inutilmente, nel dicembre 1981 con una sconfitta i punti in 10 tempi per mani di Trevor Berbick. Lasciò definitivamente il ring con 56 trionfi (37 prima del limite) conto 5 sconfitte.
Nel 1984 ad Ali fu diagnosticata la sindrome di Parkinson. Da quella data iniziò il match più lungo ed ostinato della sua vita, conclusosi solo ieri con una impietosa, inappellabile sconfitta.
Nonostante le manifeste espressioni della malattia Ali continuò a partecipare a tutte le attività sociali fino agli ultimi mesi di vita. Nel 1996 portò la torcia olimpica fino ad accendere la fiaccola che bruciò per tutto il tempo dei Giochi Olimpici di Atlanta; seguitò a riempire della sua presenza tutte le manifestazioni mondane alle quali fu invitato, in particolar modo a quelle di natura benefica.

Primiano Michele Schiavone
 

 

 

 

 

 

 

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