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IL RICORDO DEL GUERRIERO RUBIN CARTER, LA SUA VITA

 

 

L'addio al guerriero Hurricane Carter

Nel 1964 aveva tentato il mondiale dei medi. Una vita incredibile.

Per oltre vent’anni ha proclamato la sua innocenza.

di Giuliano Orlando

Il 20 aprile a Toronto in Canada, si è spento Rubin Carter. Avrebbe compiuto 77 anni il  6 maggio. Dal 2011 lottava contro un tumore alla prostata, continuando a lavorare in quella che da anni era la sua missione, presso un’associazione che operava a favore dei condannati ingiustamente. Il male lo divorava, dai 70 kg. era sceso a 40, ma non voleva arrendersi. Fedele al carattere di indomito combattente. Che lo aveva contraddistinto sempre, nel bene e nel male. Alla fine del 1963, “The Ring” la storica rivista del boxing mondiale, diretta di Nat Fleischer, nel ranking dei medi, pone Rubin “Hurricane” Carter (nella foto a destra) al terzo posto. Un balzo notevole, visto che l’anno prima non figurava nei primi dieci. Campione del mondo è l’italo americano Joe Giardello, un paesano nato a Brooklyn nel 1930, come Carmine Orlando Tilelli, origini campane, trasferitosi a Filadelfia a 18 anni, lavorando come operaio, per proseguire a combattere da professionista. Precedono Rubin, il nigeriano Dick Tiger e Joey Archer, nato nel Bronx da famiglia irlandese, sesto Sandro Mazzinghi e settimo Nino Benvenuti. Il toscano è campione del mondo dei medi jr., mentre il triestino è titolare della cintura italiana, ma l’oro olimpico di Roma, è un biglietto da visita che conta. Carter è diventato professionista a 24 anni nel ’61, non più giovane per i parametri di allora. Infanzia tutta in salita. Nasce a Clifton nel New Jersey, il 6 maggio 1937, ultimo di sette fratelli, tre femmine e quattro maschi. La famiglia risiede a Paterson e Rubin sulle orme dei fratelli, frequenta quasi unicamente la dura scuola della strada. Affetto da balbuzie, scarica le tensioni menando le mani che ha parecchio pesanti. A 14 anni, colpevole di rapina, viene richiuso al Jamesburg Home for Boys. Nel ’55, a 18 anni, fugge dal riformatorio e non trova di meglio che arruolarsi nell’esercito. Dove casualmente incrocia la strada della boxe. In occasione di un torneo militare, viene inserito nella squadra, memori della facilità con cui muove le mani. A quel punto frequenta la palestra e in tre anni si costruisce un record di tutto rispetto: 56 incontri e 51 vittorie, niente male. Lascia la divisa a 20 anni, potrebbe essere il momento buono per passare professionista. Ai pugni preferisce la banda dei cattivi compagni e alla fine del ’57, viene imputato per un paio di rapine e altri reati. Che gli costano 4 anni e mezzo di carcere, etichettati da violente liti con gli altri prigionieri. Quando esce è pieno di rabbia, riprende a combattere e nel settembre del 1961 debutta nei prize-fighter sotto la procura di Carmine Tedeschi e successivamente di Pat D’Amato, due italo americani. Ha 24 anni, brevilineo (1.73) con una struttura muscolare impressionante, pettorali da mediomassimo e pugno pesante. Non un tecnico, ma un demolitore. In tre stagioni mette assieme 20 vittorie e 4 sconfitte. I successi portano i nomi di Florentino Fernandez,  Brennan, Benton, Ellis  e in particolare di Emile Griffith, a quel tempo mondiale welter, definito “campione dell’anno”, finito clamorosamente ko al primo round.  Il 14 dicembre 1964 alla Convention Hall di Filadelfia, il ragazzo di  Paterson affronta l’italo americano Joey Giardiello per le cinture WBC e WBA medi. E’ l’apogeo del baffuto Rubin, cranio rasato a zero. Al termine di 15 round violenti (nella foto a sinistra una fase del combattimento), col campione sanguinante per due tagli al viso, i giudici premiano Giardiello, tra i fischi del pubblico. “Fossi stato un bianco – è il commento dello sconfitto – sarei il nuovo campione”. Riprende la strada del ring, combatte in Europa con alterna fortuna. A Parigi supera l’italiano Fabio Bettini ko all’ultimo round, a Londra mette sotto il quotato Harry Scott nel marzo del ’65, ma un mese dopo viene sconfitto ai punti dalla stesso avversario. Torna a casa e trova sulla sua strada un altro pelato di razza, Dick Tiger, che ha già detenuto la cintura iridata nel 1962 a spese del mormone Gene Fullmer. L’anno dopo sarà proprio Giardello a batterlo.  Tiger e Rubin si affrontano al Madison 20 maggio 1965, in una semifinale per tornare a bussare al mondiale. Carter ha coraggio e otto anni meno, ma non bastano per reggere alla pari col nigeriano del Biafra, un fenomeno atletico, che a 36 anni esprime potenza e precisione. Nel 1969, batte anche il nostro Benvenuti  nel 1969 a New York. Personaggio di grande spicco, inizia la boxe in Nigeria nel 1948 a 19 anni, come Richard Ihetu, giovane militare, sotto la spinta di un ufficiale inglese dell’allora colonia dell’Impero Britannico. Passa professionista nel ’52 e si trasferisce negli Usa alla fine del ’55. Fisico impressionante, basso di statura per la categoria, combatte per oltre 18 anni, fino al 1970, con un record di 60 vittorie e 19 sconfitte. Coglie il mondiale nei medi e nei mediomassimi. Incontra tutti i più forti. Memorabili le quattro sfide sia con Gene Fullmer, il mormone che sul ring non andava per il sottile e Joe Giardello. Nel 1967, si schiera con la Repubblica del Biafra, nella cui zona era nato, ne diventa tenente e sostenitore. La sconfitta ne determina l’espulsione e l’esproprio della casa e terreni. Nel 1971, a 42 anni, ancora in attività colpito da un tumore al fegato, muore il 15 dicembre dello stesso anno. La vittoria su Carter, che finisce tre volte sulla stuoia, ma non cede e termina ai punti sia pure battuto nettamente, gli consente la nuova sfida con Giardello e la riconquista del mondiale. Per contro, con quella sconfitta inizia il tramonto del “cattivo ragazzo”. Esce dalla ‘top ten’, anche se prosegue l’attività a buon livello. La svolta drammatica della sua vita, il 17 giugno ’66: il Lafayette Bar di Paterson sta per chiudere. Sono le 2,40 del mattino, nel locale restano un paio di avventori, quando entrano due neri armati. James Oliver il gestore e comproprietario, lancia contro gli aggressori una bottiglia di birra che si infrange contro la parete. A quel punto inizia una vera strage. I due uccidono il barista, i due clienti e crivellano di colpi la cameriera Hazel Tanis, che morirà un mese dopo. I criminali escono ridendo, salgono su una Dodge color bianco e spariscono. Fuori dal locale si trova Alfred Bello, vecchio furfante, che ha osservato tutta la scena. Entra nel bar, arraffa i 62 dollari rimasti nella cassa, li consegna al complice Arthur Bradley, torna indietro e chiama la polizia. La deposizione di Bello, si saprà anni dopo, concordata con la polizia, indica negli autori del crimine due uomini di colore: James Artis e Rubin Carter, che hanno una vettura identica a quella sulla quale sono saliti gli assassini. Dopo un primo test i due vengono rilasciati, tanto che Carter il 6 agosto può combattere in Argentina, sconfitto da Carlos Romero sui 10 round. Torna a casa in attesa di giudizio. Il 27 maggio 1957, una giuria composta di soli bianchi, giudice compreso, condanna all’ergastolo gli unici  imputati.  La permanenza di prigione matura Carter che inizia la battaglia per cancellare il verdetto costruito su prove addomesticate. L’opinione pubblica americana si muove a tutto campo, intervengono  campioni della boxe come Muhammad Alì, ma anche di altri sport. Il cantante Bob Dylan un mito degli anni ’60 scrive la canzone “Hurricane”, tiene concerti a New York e Houston, per sensibilizzare il mondo sulla vicenda. Carter non si da per vinto. Il n. 45472 della Rahway State Prison, inizia a studiare le carte della condanna, si documenta diventa un esperto in materia giuridica. Scrive la sua biografia “16° round” che esce nel 1974 ed è un successo mondiale.  Anche in Italia la stampa interviene sulla vicenda. Nel 1975, sono trascorsi 18 anni dalla condanna, la Corte Suprema, con Bello e Bradley che ammettono la falsità della loro testimonianza, ribalta il verdetto e rilascia Artis e Carter su cauzione, in attesa del ricorso della parte civile. Che li fa rispedire in carcere, dopo che i testimoni tornano alla prima versione. E’ il 22 dicembre 1976. Nel frattempo Lesra Martin, una giovane di Brooklyn che vive in una comunità in Canada, colpita dalla forza del libro, va a trovare Carter e con l’aiuto di amici forma il Comitato per il riconoscimento dell’innocenza dei condannati, guidato Fred Hogan, ex detective. Una battaglia non facile, ostacolata dai colpevolisti. Solo nel novembre 1985, il giudice distrettuale Lee Sarokin riconosce l’innocenza dei due, in quanto le condanne “si basavano su un appello al razzismo e all’occultamento della verità piuttosto che alla ragione e alla sua divulgazione”. Ma solo nel 1988, col terzo processo, verrà chiuso il caso col riconoscimento delle piena innocenza. Ventuno anni dopo l’arresto. Quando esce, l’ex guerriero del ring, ha perduto l’occhio destro per un intervento  sbagliato e ha divorziato dalla moglie Mae Thelma, sposata nel 1963, dalla quale ha avuto un figlio, Raheem, oggi quarantenne. Rubin prende residenza in Canada a Toronto dove opera presso un’associazione che aiuta i condannati ingiustamente. Il WBC gli fa pervenire una cintura da campione del mondo, mentre alcune università lo invitano per consegnargli la laurea in legge onoris causa. Nel 1999, esce il film  “The Hurricane” interpretato con grande impegno da Denzel Washington, che gli vale l’Oscar. (nella foto a sinistra: Rubin "Hurricane" Carter con Denzel Washington alla cerimonia Golden Globe Awards del 2000) Non tutti hanno apprezzato la trama a partire da Joe Giardello, deceduto nel 2008, che intenta causa ai produttori, colpevoli a sua dire di aver leso la sua immagine di campione. Incredibile ma vero, nel 1966, la polizia metropolitana di Toronto, arresta Carter in quanto la sua figura corrisponde ad un trafficante di droga. Dopo mezz’ora viene liberato con le scuse. “Sono infuriato per quanto è successo. E’ accaduto perché sono nero”. A metà del 2011 quando gli viene diagnosticato un grave tumore alla prostata, i medici ritengono abbia non oltre sei mesi di vita. Lui non è d’accordo. Da guerriero indomito, continua a lottare contro il male e contro le ingiustizie. In particolare prende a cuore la vicenda di David McCallum, condannato a trent’anni per sequestro di persona e omicidio. Nonostante il DNA abbia dimostrato che le tracce di sangue rilevate sul luogo del delitto non appartengano all’imputato. E’ andato avanti fino al 20 aprile scorso, quando il fantasma di Hurricane, ridotto a 40 kg. di peso, ha chiuso gli occhi per sempre. Pugilisticamente non era un super, ma un fighter di tutto rispetto, che al momento dell’arresto  a 29 anni, stava imboccando il viale del tramonto. Per contro, nella parte più difficile e sofferta della sua esistenza, è salito sulle vette della vita, ergendosi a campione assoluto. In questo è stato sicuramente meritevole della cintura iridata.

Giuliano Orlando

 

 

 

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