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ACCADDE OGGI, CRISOSTOMI SUL RING DI BROOKLYN

 

 

16 febbraio 1953, la rivincita di Mario Crisostomi su Jack LaBoard

di Alessandro Bisozzi

Mario Crisostomi era nato a Civitavecchia nel 1924.
In quella piccola cittadina portuale, atleti come Carlo Saraudi, Tony Campolo, Vittorio Tamagnini, Egidio Roversi e Gino Saladini avevano segnato un'epoca e Mario faceva parte di una nutrita pattuglia di adolescenti che bramavano di emularne le imprese.
Crisostomi (nella foto) era un peso medio-massimo dal fisico asciutto e ben strutturato, la mascella grande, squadrata e solida da cui si apriva spesso un sorriso largo e bonario.
Aveva esordito tra i dilettanti nel 1941, ma gli anni tristi della guerra avrebbero rallentato di molto la sua carriera, pregiudicandone per sempre la preparazione e le possibilità future.
Civitavecchia fu bombardata la prima volta nel maggio del 1943 e le distruzioni dal cielo proseguirono al ritmo di quasi un'incursione alla settimana fino all'anno dopo, quando la città fu liberata dalle truppe americane.
Poco o nulla rimase intatto. Case distrutte, strade inesistenti, il porto sparito sotto un'immane catasta di macerie e di navi semiaffondate, e tutto nella desolazione più totale creata dall'abbandono degli abitanti che cercarono rifugio nei paesi circostanti.
Furono anni difficili, la ricostruzione sembrava una cosa impossibile da attuare. Gli sfollati che cominciarono a rifluire, accolti da uno spettacolo da apocalisse, erano in condizioni di disperazione e di povertà assolute.
Ma la vita trionfò e la città lentamente riprese i suoi connotati.
Ripartì anche lo sport, sotto la costante spinta dei tanti appassionati. Il pugilato si praticava per lo più all'aperto, in un'area messa a disposizione dall'amministrazione comunale, poi più tardi si costruì un grosso capannone a forma di hangar (ancora esistente) e decine di ragazzi ricominciarono l'attività sospesa qualche tempo prima.
Mario passò professionista solo nel 1950, sostenne alcuni incontri vittoriosi e due anni dopo decise di trasferirsi negli Stati Uniti per cercare buoni ingaggi o un lavoro, in caso non se ne trovassero.
Qualche contratto lo ottenne per la verità, per merito di Phil Young, (al secolo Filippo Paliotta), un manager che più tardi si lamentò di aver male investito i suoi soldi in quel pugile troppo buono, secondo lui, per stare sul ring.
In realtà Crisostomi era davvero un bonaccione, ma una volta indossati i guantoni sapeva anche esprimere qualità decisamente meno cordiali.
Il civitavecchiese aveva già vinto i due combattimenti d'esordio a New York. Il primo ponendo fine all'imbattibilità del giovane promettente Lou Benson, un ventunenne di Baltimora che fino ad allora aveva battuto per fuori combattimento tutti gli avversari affrontati; il secondo imponendosi su Joe Poodles, un longilineo medio-massimo dalla faccia da bambino e dal pugno duro come la pietra.
Mario aveva poi affrontato Jack LaBoard, uno dei challenger al titolo americano, subendo una battuta d'arresto a causa delle brutte ferite riportate in combattimento all'occhio e all'orecchio sinistri, maciullati dai terribili ganci destri del picchiatore di Newark.
Jack concesse la rivincita all'italiano e il 16 febbraio del 1953, sul ring del Eastern Parkway Arena di Brooklyn, una ex pista di pattinaggio capace di quasi cinquemila posti, Crisostomi sostenne il suo quarto combattimento in terra americana.
Il civitavecchiese vuole rifarsi, è consapevole di essere stato bloccato solo dalla sfortuna e non da un avversario a lui superiore. Il match è fissato sulle sei riprese e in un combattimento così breve chi parte subito in vantaggio può ipotecare la vittoria.
Mario attacca immediatamente con straordinaria aggressività, ha capito che l'americano punta tutto sulla potenza e soffre una boxe dinamica e veloce. Allora lo aggira di continuo con spostamenti rapidi e imprevedibili, tenendosi lontano da quel terribile destro che lo aveva già massacrato. Favorito da un maggior allungo, Crisostomi usa il jab sinistro come un pistone, spianando la strada al diretto destro che colpisce decine di volte, con estrema precisione, la testa dell'avversario.
Il pugile italiano appare in ottima forma e riesce a mantenere, ripresa dopo ripresa, quel ritmo frenetico fatto di spostamenti repentini e rapidissimi rientri che mettono in notevole difficoltà l'impostazione statica e pesante di LaBoard, il quale ha ben poche opportunità per scaricare i suoi colpi con la dovuta efficacia.
Crisostomi è tranquillo, dinamico, si batte con scioltezza e agilità, sferra continui assalti e rapidissime serie a due mani per poi uscire dall'ingaggio con estrema sollecitudine.
Vede l'avversario in difficoltà e questa è una buona sensazione per lui perché si rende conto di aver dato la giusta impostazione al confronto; sei round, in fondo, sono pochi minuti di combattimento, questa volta può farcela. L'americano appare confuso, pochi dei suoi colpi migliori hanno raggiunto il bersaglio utile e oltretutto Mario è un buon incassatore.
All'ultima ripresa il civitavecchiese sente ormai di avere il match in pugno, un effetto tranquillizzante che lo induce ad un'imperdonabile errore: quello di allentare la tensione nervosa.
È un attimo. Un diretto destro fulmineo e velenoso, come il morso di un cobra, sbuca dal nulla e lo colpisce alla mandibola. Crisostomi è al tappeto.
Otto secondi di buio. Otto secondi durante i quali tutto può capovolgersi, così come una bella vittoria può diventare la più cocente delle sconfitte: un knock out.
Non questa volta però.
Mario è un ragazzo integro e forte e il suo recupero ha dell'incredibile. Si rialza e replica con decisione fino alla fine del combattimento che vince con un buon margine di punti, nonostante il knock down.
Mario Crisostomi di Civitavecchia non ebbe una carriera luminosa come altri suoi celebri concittadini, ma fu un pugile forte e coraggioso, un'abile mestierante lasciato a New York senza guida né consigli, nonostante avesse perso un solo incontro.
Bruciato il sogno americano, Mario se ne tornò in Italia dove purtroppo non riuscì più a ritrovare gli stimoli necessari per vincere ancora.
Storie minori di successi senza rilevanza, ma episodi non per questo meno belli e appassionanti di quelli vissuti dalle grandi stelle di uno sport impietoso e affascinante.
 
Alessandro Bisozzi

 

 

 

 

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