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ALI SPEGNE 70 CANDELINE

 

Ali spegne 70 candeline ma la sua leggenda non finirà mai KO

Il compleanno di un uomo che ha fatto storia dentro e fuori il ring. Minato dal Parkinson, ma pensa sempre veloce.

Claudio Colombo

L'uomo dei 175 mila pugni compie settant'anni. Cominciò come Cassius Clay, ha finito come Muhammad Ali: nel mezzo, ventun anni di boxe in punta di fioretto, la storia del pugilato riscritta daccapo, e quei 175 mila pugni incassati. Qualcuno, in America, si è preso la briga di contarli.

Muhammad Alì stende Sonny Liston e vince il primo mondialeMuhammad Alì stende Sonny Liston e vince il primo mondiale

Da quasi trent'anni Ali combatte con il Parkinson, il più rognoso degli avversari, e una ragione, per questa malattia, ci dovrà pur essere. I dietrologi ci sono andati a nozze: è per questo, dicono, che un giorno di ventisei anni fa Muhammad cominciò a sentire che le mani tremavano, che il passo si faceva pesante, che quel corpo da peso massimo abituato a danzare sulle dita dei piedi diventava sempre più lento e ingombrante. Oggi, ventisei anni dopo, Ali è un uomo che pensa ancora veloce ma si muove come se fosse in un fotogramma passato alla moviola. E parla piano, soffiando frasi brevi, piene di fatica, volgendo lento il capo verso la moglie Lonnie, o verso la figlia Laila, quella che ha disobbedito al volere di papà per farsi pugile e, nonostante questo (o forse proprio per questo), è la più amata di tutte. Nel ranch del Michigan appartenuto a Capone o in giro per il mondo a propagandare l'Islam, la dolorosa diversità dell'esistenza di Muhammad Ali viene avvolta nella bambagia di consuetudini amiche. Ali non parla mai direttamente alle persone che lo vanno a trovare: preferisce filtrare il suo pensiero attraverso la voce di Lonnie, la moglie numero quattro, sposata nel 1986.

No, non è stato il pugilato a ridurlo così, nemmeno se fosse vera la storia dei 175 mila pugni incassati. «Abolire la boxe non ha proprio senso - ama dire Ali, nell'estrema difesa dell'attività che lo ha trasformato in icona -. A farmi ammalare non è stato il pugilato: sono forse ex pugili i due milioni di americani che hanno la mia stessa malattia?». Povero, immenso e sfortunato Clay: costretto a vivere a mille all'ora sfidando l'età che avanza e i segni sempre più pesanti del male. Settant'anni da leggenda. Settant'anni che Ali ancora oggi spende con la generosità che metteva sul ring. La fattoria del Michigan, a Berrien Springs, è il centro motore di tutte le attività della «Muhammad Ali Enterprises», la società che gestisce l'immagine di Ali: partono da lì le sottoscrizioni per l'infanzia abbandonata; lì vengono pianificati i blitz in tutta America, e anche oltre, per diffondere il verbo di Allah; nascono in queste sale, nell'ufficio dove sulla scrivania non manca mai una copia della Bibbia accanto a quella del Corano, i viaggi di rappresentanza quando un libro deve essere presentato. E c'è Lonnie, come sempre, a fare da amplificatore ai suoi pensieri guizzanti, grandiosamente bizzarri e ferocemente autoironici: «Sì, sono sempre il più grande. Nel raccontare barzellette». Negli ultimi tempi, preferisce questa: «In un'auto ci sono un negro, un messicano e un portoricano. Chi guida? Un poliziotto». Lonnie, che lui chiama affettuosamente «The boss», asseconda gli estri del marito. «Ali - sussurra dolce - si comporta a volte come un bambino». I medici gli proibiscono i dolci? Lui ruba le caramelle dalla dispensa. Lonnie, paziente: «Ali, non puoi». E lui: «Boss, ucciderò te e i medici».

 

Oggi con la moglie (Olimpia, Ap)Oggi con la moglie (Olimpia, Ap)

Anche sul ring, in fondo, Ali ha giocato per più di vent'anni. Come quando provocava gli avversari, li insultava, li irretiva. O componeva deliri onirici come quello che inviò a Foreman, poco prima del match di Kinshasa nel 1974: «Ho fatto a botte con un coccodrillo, ho lottato con una balena, ho ammanettato i lampi, sbattuto in galera i tuoni. L'altra settimana ho ammazzato una roccia, ferito una pietra, spedito all'ospedale un mattone. Io mando in tilt la medicina».

Muhammad è sempre stato un fantastico promoter di se stesso ma anche un grande veicolo pubblicitario, utilizzato per ogni tipo di messaggio: basti pensare ad Atlanta 96 per l'accensione del braciere olimpico; o alle manifestazioni per le Torri gemelle, in cui deve recitare la parte del musulmano buono. Ali si chiamava Cassius quando si convertì all'Islam attirandosi l'ira dei bianchi, che gli tolsero il titolo di campione mondiale e lo spedirono in galera: non ha mai rinnegato la scelta e ancora oggi la sua giornata è scandita dai ritmi e dai costumi di questa religione. Prega cinque volte al giorno, non beve alcol e non mangia carne di maiale. «Sto talmente bene - disse qualche anno fa - che ho deciso di tornare in palestra per fare il mio rientro sul ring». Scherzava, naturalmente.

Il prossimo match sarà invece con una torta che non può mangiare: 70 candeline da spegnere sapendo che la sua leggenda non finirà mai.

Fonte: www.corriere.it/cultura/12_gennaio_16/colombo-ali-spegne-settanta-candeline_13f2b746-4051-11e1-a5d2-75a8a88b1277.shtml

 

 

 

 

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